Mongolina

La cameriera guardava con aria imbambolata la piccola piazzola oltre il dehor della pasticceria, il suo sguardo sembrava andare oltre la siepe che era direttamente opposta a lei. Quel tocco di verde aiutava ad accendere l’atmosfera fredda data dai tiepidi gialli e anonimi arancioni degli edifici che la circondavano. 
Anche se la mattinata era ormai arrivata alla fine il clima ricordava ancora l’alba. 
Tra il brusio dei pochi tavoli occupati e il traffico dei passanti, la sua attenzione passò alle due figure che emergevano chiacchierando dal vicolo alla sua sinistra, due nuovi clienti.

“Tu cosa prendi?” Chiese lui avvicinandosi ad un tavolino a malapena ricoperto dalla tettoia.
“Non saprei, preferisci dolce o salato?” Rispose lei sedendosi.
“Salato, mai stato grande fan dei dolci.”
“Nemmeno io, qua offrono due scelte, salt beef o salmone e Philadelphia.”
“Prendiamo entrambi e smezziamo?”
“Ci sta, per me anche un americano con latte.”

Seguendo l’uomo con gli occhi e vedendolo entrare la cameriera capì che era il momento di tornare a lavoro. Con la guancia ancora rossa dove era appoggiata con la mano, prese l’ordine rassicurandolo che l’avrebbe portato lei al tavolo.

“Portano loro.” Riferì lui svuotandosi le tasche prima di sedersi.
“Perfetto, per il resto che racconti?” Rispose lei distogliendo l’attenzione dal telefono e appoggiandolo al tavolo a sua volta.
“Quello che ti dicevo prima,” Riposizionandosi sulla sedia. “Ogni giorno sento di capire qualcosa di più ma è come se la soluzione si spostasse sempre di un passo.” Avvicinando la mano alla bocca per uno sbadiglio. “Forse dovrei fare come te e cambiare aria per un po’… Dici che risolverebbe il problema o lo sposterebbe e basta?”

Vedendo altri clienti arrivare la cameriera si sbrigò ad uscire con i caffè chiamando il nome sulla comanda. Dal tavolino più lontano una mano si alzò. “Here!”

“White for her, black for me.” Istruì lui, spingendosi sullo schienale per darle spazio. “Thank you.”
“Ahh, è bello caldo.” Commentò lei stringendo la tazza con entrambe le mani. “Era un po’ mongolina comunque.” Riprese il discorso.
“Pregi e difetti… Da parte mia non dovevo aspettarmi che un cane imparasse a miagolare, in questo senso lo sono stato anch’io.”

Ormai i tavolini erano quasi tutti pieni e non c’era più tempo per fissare siepi o passanti. Con un fare decisamente più affrettato ma mai scortese arrivarono anche i due piatti, salted beef per lei e salmone per lui.

“Allora? Che ne pensi?” Chiese lei dopo un paio di morsi.
“Ingrebibile…” Finì di inghiottire. “…devo dire che riempie però.”
“Direi,” Disse sorridendo. “Ci sarà un panetto di burro a testa.”
“Cambio?” Propose facendo cenno con la mano.
“Secondo te sarebbe incesto se ti mettessi con mia cugina?” Gli chiese scambiando i piatti. “Ti ci vedrei bene, tanto con lei non avresti legami di sangue.”
“Non saprei dirti, sicuramente sarebbe una conversazione che non vorrei affrontare ad ogni —come vi siete conosciuti?—” Rispose lui sorridendo mentre esaminava la cottura della carne. 
“Si, meglio evitare. Fa finta che non abbia detto nulla.” Si mise a ridere anche lei.

Entrambi piacevolmente sazi si ritrovarono, dopo un rabbocco di caffè, a digerire cibo e conversazioni contemplando i sempre più rari passanti. 
Anche il traffico nella pasticceria si era calmato e dalla finestra dietro i due clienti, la cameriera era tornata ad appoggiare la mano sulla guancia. 
Un nuovo spiraglio di sole riscaldava la piazzola e riaccendeva ancora una volta quel tocco di verde dato dalla siepe. 

Per un momento gli sguardi incantati da quell’unico accenno di colore erano tre. 

“Sigaretta?” Propose lei. 
“Non fumo più.” Ribatté lui distogliendo l’attenzione dalla siepe. “Che dici, andiamo in là?”

“Andiamo.”