Ormai quanto tempo è che mi trovo qui?
Ricordo che durante le mie prime visite il senso di desolazione era struggente, trovavo il tutto incomprensibile.
Fino a che un giorno, mi sono rassegnato all’assenza di soluzioni in favore di compromessi, ma nella ricerca di struttura avevo già costruito delle regole di una rigidità tale che, per loro natura, erano più tendenti alla rottura che alla flessione. Quando il pensiero vaga rifletto su quanto io abbia definito loro e quanto loro me…
Poi torno alla vastità sconfinata del nulla che mi circonda e posso pensare solo ad una cosa:
È un po’ noioso.
Più volte mi sono chiesto perché mi ostinassi a tornare e più volte ho provato a soffocare quella domanda e tutte le sue possibili risposte. Non ci sono riuscito; so cosa mi riporta qui giorno dopo giorno.
È la sicurezza che tutto quello che voglio possa essere tale, un deserto vuoto dove io solo sono il creatore di ragione e logica.
Eppure il deserto rimane deserto… Mi porta davanti al confine che è il limite della mia concezione. Lo stesso ostacolo che un triangolo incontra quando prova a spiegare un parallelepipedo. Forse è questo l’estremo che delinea le varie dimensioni.
Questa condizione a lungo andare però diventa estenuante. Ti porta a dimenticare tutto quello che è palpabile, a desiderare il parallelepipedo, ad esserne tormentato. Ti porta a trascurare il triangolo solo perché il suo essere definibile ti dà l’illusione di comprensione.
Ha senso continuare a bramare il parallelepipedo se non capisco nemmeno il triangolo?
